In fondo siamo tutti un po' psicologi?












IN FONDO SIAMO TUTTI UN PO' PSICOLOGI?

 

(Il decalogo dei 10 pregiudizi)

 

Queste sono solo alcune frasi che, nel corso degli anni, ho sentito; forse qualcuno potrebbe trovarle utili. 

 

 

 

1) “In fondo siamo tutti un po' psicologi!”

 

 

Questa affermazione mi fa sorridere e contemporaneamente mi aiuta a comprendere (abilità che lo psicologo matura grazie allo studio e all'impegno) il pregiudizio dilagante che ancora oggi riveste tale professione. Basti pensare che il 70% degli italiani crede che rivolgersi ad uno psicologo sia inutile (sondaggio Eurodap). “In fondo siamo tutti un po' psicologi” è una convinzione (sbagliata) che rimanda alla capacità di ascoltare e saper dare dei consigli. Il lavoro dello psicologo non è solo questo. E' un po' come dire: “dato che so cambiare un tubo, allora sono un idraulico; riesco a tagliarmi i capelli, allora sono un parrucchiere”. Lo psicologo possiede gli strumenti e le abilità che sono necessari per far emergere la parte più autentica della persona: desideri, bisogni, aspettative, obiettivi. Quella parte di sé che spesso teniamo nascosta per proteggerla, affinché nessuno la colpisca o si prenda gioco di lei. Quella parte che abbiamo soffocato a causa di esperienze dolorose o frustranti ma che possiamo far emergere grazie a un lavoro profondo su di sé;

i sintomi (ansia, depressione, attacchi di panico ecc.) infatti sono l'espressione di qualcosa che non va...

 

2) “Il lavoro dello psicologo è uguale a quello dell'astrologo”.

 

Devo deluderti, ma il suo lavoro è basato sui principi e metodi scientifici; in altre parole, la psicologia è una scienza. Lo studio della mente è cominciato nel 1879 attraverso il metodo sperimentale (osservazione, ipotesi, sperimentazione e legge).

Adesso però non c'è bisogno di consultare quelle enormi enciclopedie che ogni famiglia possiede da generazioni (tanto servono solo per raccogliere la polvere); oggi è possibile con “un click” trovare tutte le informazioni che ci interessano; perché non digitiamo la parola “psicologo”?

 

3)“Lo psicologo serve solo ai matti”.

 

Se consideriamo una premessa comune, la persona che popolarmente ritieniamo “pazza”, è anche quella che si comporta, pensa e sente in maniera diversa da noi; allora siamo tutti un po' matti perché siamo tutti diversi, ma chi sono i matti? Che cosa è la follia?

Di solito però chi va dallo psicologo sta soffrendo, ha bisogno di conoscersi, di mettersi in discussione, di comprendere se stesso, di capire i motivi sottostanti il suo malessere, sente la necessità di capire dinamiche e difficoltà sociali, di coppia, familiari, affettive e lavorative.

I motivi suddetti che inducono una persona a intraprendere un percorso di psicoterapia possono essere quindi l'espressione della follia?

 

4) “Lo psicologo è una sorta di stregone, chiaroveggente o impostore”.

 

In base a una ricerca realizzata dall'Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi) appare evidente che la propensione a rivolgersi a uno psicologo sia maggiore in virtù dei differenti titoli di studio: 14,8% sono laureati, 7,4% sono diplomati delle scuole medie superiori e solo 1,2% ha un diploma di scuola elementare. Forse questi risultati potrebbero far pensare che la causa sia da rintracciare nel costo esorbitante che richiede un intervento di psicoterapia. Anche in questo caso devo aggiungere che non è proprio così: un trattamento può essere richiesto anche a enti (Asl, Consultori) pubblici che riducono il costo; non tutti i liberi professionisti hanno delle parcelle così elevate, ci sono psicologi che richiedono un compenso proporzionato alle disponibilità economiche della persona.

 

5) “Ah sei psicologo, allora devo stare attento/a a cosa dico!”

 

Non lo ritengo professionalmente corretto quando incontro qualcuno e lo sottopongo a una sorta di “scanner mentale”. E' bene precisare che lo psicologo non è telepatico. Una valutazione psicologica richiede qualche incontro (3-4 colloqui conoscitivi) e necessariamente deve essere fatta in un luogo idoneo con degli strumenti adeguati. Probabilmente questa convinzione nasce dall'idea che lo psicologo è uno psicoanalista. Non tutti gli psicologi/psicoterapeuti sono psicoanalisti e non credo che gli psicoanalisti siano sempre pronti a fornire interpretazioni freudiane. 

 

6) “Io non ho bisogno dello psicologo, faccio da solo”.

 

Nessuno può dirti quello che devi fare, ma spesso questa affermazione nasconde una paura. Il timore di mettersi in gioco? La paura di essere giudicato?

Ci sono situazioni che possiamo risolvere da soli, ma quando il malessere si cronicizza o diventa più intenso, forse sarebbe meglio rivolgersi a qualcuno.

Lo psicologo non è lì per giudicarti ma per aiutarti a comprendere meglio i tuoi vissuti e per poter così risolvere un tuo malessere. Il timore non è tanto legato alla possibilità che il professionista possa giudicarti, quanto piuttosto alla paura di un tuo giudizio personale: “Se vado dallo psicologo sono matto?” 

 

 

7)Lo psicologo è per i deboli.

 

La società richiede costantemente forza, determinazione, rigore e mai “emozione”. La supremazia del proprio corpo sul proprio vissuto emotivo; il primato dell'immagine a discapito delle emozioni:“Se ti lasci andare alle emozioni non vali, devi essere forte!”

Durante il lavoro di terapia, emergono emozioni spesso dolorose che però fanno parte della vita di ognuno di noi. Chi non esprime le proprie emozioni non è forte come invece pensa di essere; tutti provano emozioni. La forza è proprio nel saperle riconoscere e contattarle, perché veicolano un messaggio. Le emozioni e i sentimenti fanno parte dell'essere umano ed evitare o far finta che non ci siano non vuol dire “essere forte”. E' forte colui che si mette in gioco e, con l'aiuto, riesce a vivere anche quelle emozioni che possono essere espressione di un dolore.

 

8) Andare dallo psicologo non serve a niente.

 

Esistono in merito svariate ricerche di quanto l'intervento di uno psicologo possa essere di grande aiuto nella vita di una persona. Una delle più recenti ricerche (*1) infatti dimostra che le terapie possono dare esiti diversi, in tempi altrettanto diversi, ma che comunque permettono di ottenere dei miglioramenti. 

 

9) Quando ho bisogno, mi rivolgo al medico di base.

 

Purtroppo i medici di base preferiscono prescrivere dei medicinali piuttosto che inviare una persona da uno psicologo. Ancora oggi, ho l'impressione che i medici non siano aggiornati sul lavoro che svolge tale professionista. E' meglio ingurgitare pasticche dagli “effetti miracolosi”, piuttosto che consigliare ad un paziente di rivolgersi a uno specialista del settore. Le pillole “curano i sintomi”, la terapia “cura la persona”. In altre parole, le pasticche alleviano il malessere: se ho l'ansia scompare, se sono depresso, mi sento più sereno. La persona però, una volta conclusa la terapia farmacologica, tenderà a rimanere nuovamente intrappolata nelle “convinzioni” che l'hanno precedentemente portata a sentirsi male, il malessere tornerà quindi alla coscienza. Magari in un'altra forma, ma sempre sofferenza rimane. 

 

 

10) Quando sto male, mi rivolgo ad amici e parenti.

Certo, perché no. Quando soffro temporaneamente posso rivolgermi ad amici, parenti. Non trovo niente di male in questo. Il problema sorge quando la sofferenza si cronicizza o quando aumenta l'intensità e magari emergono attacchi di panico, disturbi d'ansia, depressione. 

Il pregiudizio nasce quando “preferisco parlare con persone che conosco”, anche se non mi possono aiutare più di tanto. “Parlare con uno sconosciuto (psicologo) non risolve il problema”. Affrontare con un professionista il problema sarebbe già un primo passo verso il cambiamento. Quando il pregiudizio è molto radicato passa molto tempo prima che la persona si rivolga ad uno psicologo. In questo modo, il malessere aumenta e l'individuo tende a soffrire sempre più.

 

QUESTI SONO SOLO ALCUNI DEI TANTI PREGIUDIZI CHE RIVESTONO LA PROFESSIONE DELLO PSICOLOGO, SE DESIDERI PUOI AGGIUNGERNE ALTRI!

 

1) Poulsen, S., Lunn, S., Danie, I.S.I., Folke, S., Mathiesen, B.B., Katznelson, H., Fairburn, C.G. (2014). A randomized controlled trial of psychoanalytic psychotherapy or cognitive-behavioral therapy for bulimia nervosa. Journal of Psychiatry,1; 171(1): 109-116.