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Depressione: cause biologiche o psicologiche?

Esistono differenti teorie sulle cause che conducono una persona ad avere la depressione. Una prima ipotesi afferma che alcune particolari sostanze cerebrali (neurotrasmettitori), in particolare serotonina, noradrenalina e dopamina sono inferiori nei soggetti depressi piuttosto che in quelli sani. Infatti, alcuni farmaci rivelavano una efficacia terapeutica perché fanno aumentare la quantità di queste sostanze nel cervello*1

 

Un'ulteriore teoria sostiene che alcuni recettori cerebrali, responsabili dell'assorbimento dei neurotrasmettitori suddetti, sarebbero quantitativamente inferiori nei soggetti predisposti alla depressione e perciò essi provocherebbero i sintomi depressivi *2

 

 

Un'altra ipotesi sostiene che i sintomi depressivi siano legati a una maggiore quantità di cortisolo, ormone che aumenta temporaneamente quando un individuo si trova a dover affrontare un evento particolarmente stressante. In fase depressiva tale ormone è maggiore e dovrebbe rientrare nei valori standard quando è presente una risoluzione della sintomatologia; in alcuni soggetti è stato dimostrato che si trovano alte concentrazioni di questo ormone (TSH).

 

Da un punto di vista psicologico una delle prime teorie che tenta di spiegare la causa della depressione è la teoria freudiana, affermando che nell'individuo è presente una perdita della rappresentazione oggettuale. Il termine utilizzato dagli psicoanalisti si riferisce all'immagine interiorizzata e alla persona reale. La qualità della relazione reale è determinata dalla rappresentazione interna che una persona ha maturato nel corso delle prime esperienze infantili con una figura significativa *3. Quando un individuo ha maturato dentro di sé un oggetto “buono accogliente”, allora avrà una rappresentazione fondata sulla percezione di essere amato, curato ed accudito. Invece, nei in cui casi è presente una depressione, il paziente rivolge a sé la rabbia, poiché il sé del paziente si è identificato con l'oggetto perduto. Freud inoltre sostiene che il Super-io (parte psicologica costituita da un insieme di modelli comportamentali a cui aspirare, oltre che divieti e comandi) è molto severo in questi individui ed è collegato quindi al senso di colpa per aver espresso un'aggressività nei confronti delle persone amate (*4).

Le teorie cognitiviste considerano invece la depressione come una malattia tipicamente affettiva.

I sintomi compaiono a causa di una distorsione del pensiero, coinvolgendo così anche la sfera emotiva. Tale patologia, secondo Beck (*5), sarebbe il risultato di un'alterazione nei processi interpretativi della realtà: visione negativa di sé, del mondo e del futuro.

La persona si percepisce come debole, perdente, fallita; il mondo è interpretato come pericoloso e pieno di ostacoli e gli eventi che si susseguono sono percepiti come “catastrofici”.

Beck ipotizza che tra le cause di questa modalità di pensiero distorta possano esserci delle esperienze infantili conflittuali, bisogni emotivi frustrati, perdite e traumi, soprattutto nel contesto familiare.

Le cause della depressione non possono essere quindi considerate uniche, le variabili che possono provocare i sintomi sono molteplici: una predisposizione genetica che incide sui sistemi ormonali, cerebrali e immunitari, generando una certa “vulnerabilità” alla depressione. L'ambiente e i geni però determinano l'adattamento dell'individuo a situazioni di vita stressanti. I geni, secondo Goldberg, (*6) incidono soltanto per il 40% nello sviluppo di una depressione, il restante 60% dipende da fattori ambientali. In particolare, le prime esperienze infantili possono generare un attaccamento insicuro. Gli eventi traumatizzanti possono essere: abusi (sessuali o fisici), violenze, depressione materna, abbandoni precoci, trascuratezza e deprivazione emotiva. In questi casi la vulnerabilità dell'individuo ai fattori stressanti sembra essere maggiore rispetto ai soggetti che invece hanno fatto esperienza durante lo sviluppo di una buona relazione con il caregiver. In fase adulta l'individuo non avrebbe maturato le capacità per fronteggiare situazioni di vita stressanti, il suo attaccamento sarà quindi insicuro. Una relazione “sicura” nell'infanzia predisporrà l'individuo ad essere più consapevole delle proprie emozioni e quindi saperle anche riconoscere nell'altro, una maggiore competenza sociale e infine un maggior controllo sulle proprie reazioni emotive. Al di là di quale sia la diagnosi, credo che sia utile comprendere la persona nella sua integrità; all'interno del contesto in cui vive e ha vissuto per poter così comprendere le dinamiche familiari in cui si trova inserito. L'obiettivo è riuscire a comprendere nella sua interezza le specificità di quella persona, solo così è possibile a mio avviso aiutare una persona malata di depressione.

  1. Stahl MS. Psicofarmacologia essenziale. Torino; Centro Scientifico Editore, 2002

  2. Young LT. Postreceptor pathways for signal transduction in depression and bipolar disorder. Journal of Psychiatry Neuroscience, 2001; 26: 17-22.

  3. Freud S. Lutto e melanconia (1915). In: Id. Opere. Vol. 8. Torino: Boringhieri, 1976.

  4. Segal H. Introduzione all'opera di Melanie Klein. Firenze: Martinelli, 1987.

  5. Beck, A. (1967). Depression: clinical, experimental and theoretical aspects. New York: Harper and Row.

  6. Wolf, E., J., Miller, M.. W., Sullivan, D., R., Amstadter, A., B., Mitchell, K., S., Goldberg, J. et al. (2018) A classical twin study of PTSD symptons and resilience: evidence for a single spectrum of vulnerability to traumatic stress. Depression & Anxiety (1091-4269). Feb. 2018, Vol. 35 Issue 2, pp. 132-139. 8p. 2 Diagrams, 2 Charts, 1 Graph.